mercoledì 19 marzo 2008

Le nostre riflessioni

Sulla scia dei reality show, degli spot pubblicitari stile Calvin Klein e Dolce e Gabbana, delle star dei telefilm, dei ballerini di Buona Domenica e di Amici, e chi più ne ha più ne metta, i giorni nostri vedono affermarsi un nuovo modello di maschio italiano, non più basato sui vecchi canoni estetici, ma su nuove e differenti particolarità.
Il giovane uomo della attuale generazione è delicato, ha i tratti quasi femminei, le sopracciglia sono curate e ritoccate, il viso perennemente cosparso di fondotinta, i capelli stirati, indossa uno o più orecchini, ha in tasca il cellulare all'ultimo grido, veste completamente firmato (persino le calze) e spende più tempo nel bagno di quanto non facciano le coetanee dell'altro sesso, che ne avrrebbero ben più motivo.

Che fine ha fatto il vecchio e sempre più raro maschio mediterraneo delle passate generazioni? Forte, con i capelli poco curati, la carnagione scura (ma non lammpadata), la mascella decisa, la fronte ampia, la barba incolta, condottiero e faticatore, che corteggiava le donne con lettere d'amore piuttosto che con le fredde abbreviazionidegli sms del tipo cmq e qlcs, e che da bambino giocava col virruzzo o a calcio per strada piuttosto che girare col motorino comprato da papà?

Ebbene possiamo affermare con tutta tranquillità che esso è praticamente in via d'estinzione, soppiantato da quello nuovo, molto meno virile. Le stesse ragazze, basta porre poche domande, vi diranno che preferiscono il maschio moderno, (e noterete, che sono loro stesse a spronarli a curarsi, suggerendo creme e lozioni specifiche).

Le cause di questo cambiamento non sono tuttavia attribuibili all'evoluzione genetica, che impiega ben più di qualche anno per originare qualunque metamorfosi, bensì al nuovo contesto sociale. Si tratta dell'avvento degli stereotipi televisivi: oggi come non mai, infatti, vengono trasmessi programmi spazzatura, e la proposta dei palinsesti appare sempre più infarcita e frammentata da una miriade di spot pubblicitari, vero simbolo del consumismo e del conformismo dilaganti. Il novello ragazzotto (che non è più intelligente nè sveglio di quello di prima) di fronte a questi spettacoli disarmanti, non può che restare affascinato dai nuovi idoli della scatola magica, e in un empito di "stravagante originalità" non può che imitarli. E come quando al semaforo un pedone passa con il rosso, seguito poi da tutti gli altri (provatelo, funziona veramente), ecco venire giù una massa brulicante di giovani tutti uguali o al massimo speculari, con i portafogli gonfi dei soldi di papà e che disdegnano il duro vecchio lavoro (che si sa nobilita l'uomo).

E guai ad apparire diversi da loro, anche soltanto nel modo di vestire: si corre il rischio di venire tagliati fuori dalle loro dinamiche sociali, che ahinoi rappesentano la normalità.

sabato 16 febbraio 2008

Scheda libro: Il dio del fiume

Titolo originale: River god
Autore: Wilbur Smith
Anno: 1988

"Il fiume si snodava lento nel deserto, luminoso come una colata di metallo fuso appena sgorgato dalla fonderia. Il cielo era velato dalla foschia e il sole batteva con la violenza del maglio d'un ramaio. Nel miraggio, le colline spoglie che fiancheggiavano il Nilo parevano tremare sotto i colpi."
(incipit del romanzo)

E’ dal lontano 1964, anno della pubblicazione de Il destino del leone, che il talento di Wilbur Smith incanta e avvince i lettori di tutti il globo e in particolare gli amanti dell’avventura. Risale al 1988 invece quella che gran parte della critica elegge a opera prima del maestro africano: Il dio del fiume. Appassionante, violento, travolgente il romanzo di Smith, che inesauribile narratore delle meraviglie del continente nero, ci trasporta alle origini del mito: nella superba Tebe dei faraoni, nell’Antico Egitto, culla della civiltà.
E lo fa con il solito ineguagliabile stile: un racconto tutto in prima persona, che ci proietta fra piane assolate, fiumi in piena, carri di battaglia, e che ci rende completamente compartecipi degli amori, intrighi e tribolazioni dello schiavo Taita.
Attraverso gli occhi del multiforme eunuco, una coinvolgente storia di inganni, guerre e sentimenti, e di un viaggio lungo il corso del Nilo, la vera divinità protettrice dei suoi fedeli, si scioglie con la consueta scorrevolezza mozzafiato e la minuzia di particolari, da sempre indiscussi segni di riconoscimento del genio di Smith.
Imperdibile.

Partita memorabile: Milan-Man Utd

San Siro (Milano) MILAN-MANCHESTER UTD 3-0 (Andata: 2-3)

MILAN (4-3-2-1) Dida; Oddo, Kaladze, Nesta, Jankulovski; Gattuso (39’ st Cafù), Pirlo, Ambrosini; Seedorf, Kakà (40’ st Favalli); Inzaghi (21’ st Gilardino). All. Ancelotti.
MANCHESTER UTD (4-2-3-1) Van der Sar; O’Shea (31’ st Saha), Brown, Vidic, Heinze; Fletcher, Carrick; C. Ronaldo, Scholes, Giggs; Rooney. All. Ferguson.
RETI: 10’ Kakà, 30’ Seedorf, 33’ st Gilardino.ARBITRO: De Bleeckere (Assistenti: Hermans e Simons, IV uomo: Allaerts).AMMONITI: Amborsini al 30’ st, Gattuso al 37’ st, C. Ronaldo al 38’ st.

Epica semifinale di ritorno della Champions Langue, il 2 maggio 2007 a San Siro: i diavoli rossoneri opposti ai red devils d’oltre mare. Già era andata bene all’andata agli uomini di Ferguson, usciti vincitori dal catino dell’Old Trafford, miracolati da due ingenuità della difesa rossonera ma ancora incantati dai sortilegi di Kakà.
Non appare comunque scoraggiato il Milan di Ancelotti, mai pago delle vittorie nella coppa e mai al di sotto delle promesse nelle grandi sfide internazionali. Inversione di tendenza nello schieramento in campo, rispetto alle apparizioni degli anni precedenti: a sostituzione del classico centrocampo a rombo, un più solido “albero di natale”, addobbato dal ritrovato Ambrosini, a fianco di Gattuso, arricchito dall’estro inesauribile del trio delle meraviglie Pirlo, Seedorf e Kakà, e ornato da mister champions Inzaghi.
I primi quindici minuti sono un totale assolo rossonero. I conclamati campioni del Manchester giocano a fare le belle statuine e sono subito rapiti dalle accelerazioni palla al piede di Kakà. Ed è subito magia: l’asso brasiliano, servito da Seedorf, schiocca il sinistro e porta il Milan in vantaggio al 10’. Venti minuti dopo il raddoppio: lancio del solito Pirlo, controllo sulla respinta di Seedorf, dribbling su due avversari e palla nell’angolino basso. Per tutto il primo tempo i diavoli incantano la platea di San Siro facendosi beffe dei malcapitati avversari, completamente imbambolati.
La ripresa regala poco meno emozioni. Qualche sortita velleitaria di Rooney e compagni, subito soffocate dal 3-0 che non ammette repliche: pallone pregevole di Ambrosini per la sgroppata di Gilardino, che non sbaglia a tu per tu con Van der Sar. Nel finale lite furibonda di Gattuso con Scholes, reo di aver ignorato il fair-play, e viene giù lo stadio.
Ennesimo successo di esperienza per il super diavolo di Ancelotti, che dall’era Berlusconi spadroneggia in Europa e che timbra il biglietto per Atene. Ad attenderlo il Liverpool: bestia nerissima dei rossoneri. Il verdetto stavolta sarà ben diverso però dallo sbianco di due anni prima e il Milan assurgerà per la settima volta al titolo di più forti d’Europa.
Vinta la sfida di Ricardinho Kakà contro lo strapazzato Cristiano Ronaldo, ipotecando la conquista del Pallone d’Oro (strameritato).

Pagelle:
Nesta: Ritorna finalmente ai massimi livelli il golden boy. Dopo una gara d’andata perfetta, un’altra prestazione impareggiabile quella del centrale della difesa, che dà una sonora strigliata agli sventurati attaccanti inglesi (per dirne uno, Rooney). Terminator 2 il Giorno del Giudizio.
Gattuso: Sebbene reduce da un infortunio, l’8 rossonero ci mette tutta la grinta e il cuore di sempre. Da ingaggio negli All Blacks il contrasto di forza con cui ruba palla all’ingordo Ronaldo. L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente.
Kakà: Da poesia bardica le invenzioni del genio indiscusso del brasiliano. All’andata aveva fatto tutto praticamente da solo, questa volta fa lo stretto necessario…per vincere. Favorito degli dei.
Cristiano Ronaldo: Insolente e screanzato il campioncino portoghese, al quale non bastano le legnate di Oddo e Gattuso per imparare a giocare con i compagni. Bimbo sculacciato.


venerdì 15 febbraio 2008

Partita memorabile: Juventus-Real Madrid

Delle Alpi (Torino), 14 maggio 2003: JUVENTUS-REAL MADRID 3-1

JUVENTUS: Buffon; Thuram, Tudor, Montero, Birindelli (15' st Pessotto); Zambrotta, Tacchinardi, Davids (45' st Conte); Nedved; Trezeguet (31' st Camoranesi), Del Piero. In panchina: Chimenti, Fresi, Di Vaio, Zalayeta. Allenatore: Lippi.
REAL MADRID: Casillas; Salgado, Hierro, Helguera, Roberto Carlos; Flavio Conceicao (7' st Ronaldo), Guti, Cambiasso (31' st McManaman); Figo, Zidane; Raul. In panchina: Cesar, Morientes, Portillo, Solari, Pavon.Allenatore: Del Bosque.
ARBITRO: Meier (Svizzera).
RETI: 12' pt Trezeguet, 42' pt Del Piero, 27' st Nedved e 43' st Zidane.
NOTE: Ammoniti: F.Conceicao, Montero, Salgado, Tacchinardi, Hierro, Nedved e Figo. Recupero: pt 3'; st 5'. Risultato partita di andata: Real-Juve 2-1. Al 22' st Buffon para un rigore a Figo.
Con già in tasca il 27° scudetto della sua storia, la Juve di Lippi si presenta al Delle Alpi, di fronte al pubblico delle occasioni irripetibili, per giocarsi la semifinale di Champions contro i campioni in carica del Real Madrid. Granitica la formazione schierata da Lippi, sorretta da un centrocampo muscolare, e condita dai virtuosismi del capitano Alex Del Piero, in gran spolvero dopo una stagione strepitosa, dalla concretezza sottoporta di Trezeguet e dalla straripanza di Pavel Nedved (che sarà il Pallone d’Oro). Non a caso saranno proprio loro a porre i sigilli su una gara indimenticabile, da molti considerata “la partita perfetta”. Opposti i ben più blasonati palleggiatori spagnoli, usciti vittoriosi nella gara di andata al Santiago Bernabeu.
Il primo tempo è un totale monologo bianconero: pressing forsennato, ripartenze brucianti, estrema pericolosità negli ultimi trenta metri. Gli juventini dimostrano sin dalle prime battute di dominare ogni zona del campo e di saper applicare ordinatamente i dettami di Lippi, storicamente volti a privilegiare la fase difensiva per colpire gli avversari in contropiede e con i lanci lunghi. Al 12’ Nedved si libera sulla destra e serve un pallone delizioso per la sponda di testa di Del Piero, che coglie reattivo Trezeguet al centro dell’area: 1-0. A tre minuti dal riposo un lancio di Thuram pesca Del Piero, stop elegante del capitano, un paio di finte diaboliche che stregano Hierro e Salgado (mettendoli a sedere) e tiro nell’angolino basso: 2-0.
Inizia il secondo tempo ed entra Ronaldo, tenuto in panchina. Il fenomeno è subito ispirato e viene atterrato in area dall’amico Montero. Al dischetto va Figo ma la sua botta (debole) viene respinta da Buffon: la magia continua. E alla fine l’apoteosi, Zambrotta innesca Nedved, scattato sul filo del fuorigioco, che uccella imparabilmente Casillas con un bolide da fuori area: 3-0 e il ceco si inginocchia sotto la curva Scirea in delirio. Negli ultimi minuti il gol della bandiera per l’ex Zidane e il giallo commissionato a Nedved per un fallo veniale, che gli costerà la finale di Manchester.
Torna così alla ribalta il calcio della Penisola, dopo le discusse critiche dei papaveri della Uefa, con una finale tutta italiana: un Milan-Juve da antologia, che vedrà poi in trionfo i rossoneri di fronte al pubblico dell’Old Trafford.

Pagelle:
Buffon: Stagione irripetibile quella del numero uno della Nazionale, che si riconferma ancora una volta decisivo nel momento più delicato. Santo subito.
Thuram: Non delude le attese neppure il colossale centrale francese sempre lucido e puntuale. Monumento.
Zambrotta: 2003 è l’anno di Zambrotta. L’esterno bianconero esibisce forse l’annata migliore della sua carriera. Vistosi opposto al ben più celebrato Roberto Carlos, il Zambro non sfigura per niente, impartendo anzi lezione di calcio agli impotenti “galacticos”. Fiume in piena.
Nedved: Fiero e spietato, Nedved si presenta al grande appuntamento con un diavolo in più in corpo. Praticamente inesauribile per tutti i novanta e passa minuti. In lacrime dopo la squalifica che lo allontanerà dalla coppa dalle grandi orecchie. Furia di guerra.
Del Piero: Non tradisce mai nelle partite che contano il numero 10 bianconero, che suggella un’altra impresa storica e si afferma sempre più indiscutibilmente sul palcoscenico dei grandi di sempre. Leggenda.

Il folle volo

Già dai primi versi dell’Odissea traspare la grandezza umana di Ulisse:

"Musa, quell’uom di multiforme ingegno
Dimmi, che molto errò, poi ch’ ebbe a terra
Gittate d’Ilion le sacre torri;
Che città vide molte, e delle genti
L’indol conobbe;[…]"

(Omero,Odissea,libro primo,vv.1-5)

Omero giunge a definirlo “multiforme”: colui che incarna le molteplici potenzialità della natura umana e che sfida ogni limite per superarne la finitezza materiale. Infatti Ulisse eccelle nell’ingegno (basti pensare all’episodio di Polifemo), nell’abilità quale navigatore (Scilla e Cariddi), nella retorica (basti pensare a come incanta Alcinoo e la sua corte); e soprattutto per il suo insaziabile ardore di conoscenza (esemplare l’episodio del canto delle sirene).
Nella Divina Commedia Dante dedica all’eroe greco un intero canto, forse il più celebre di tutta l’opera, e precisamente il XXVI dell’Inferno.
Ulisse è confinato nell’ottava bolgia: quella in cui i consiglieri fraudolenti, cioè coloro che fecero uso della parola per dare consigli ingannevoli, sono costretti a bruciare in lingue di fuoco. Mentre Dante vaga per le anime dei dannati qui puniti, gli appare una fiamma “biforcuta” al cui interno si trovano due spiriti e Virgilio gli spiega che “là dentro si martira Ulisse e Diomede”. Si tratta dunque di una duplice condanna per due uomini che così come in vita furono legati nell’esercizio delle proprie colpe sono ora legati nella pena. Dante, il cui desiderio di incontrare Ulisse è solo inferiore al desiderio di rivedere Beatrice, prega di sapere come avvenne la sua morte. “Lo maggior corno de la fiamma antica” comincia allora a fremere e ad agitarsi, come per scrollarsi di dosso il peso dell’ Inferno stesso, e comincia il racconto della sua terribile vicenda.
Ritornato in patria né la vecchiaia né l’affetto dovuto alla famiglia poterono estinguere in lui la voglia inesauribile di conoscere il mondo e i popoli. Così rimessosi in mare, si prefisse un ultimo grandioso viaggio: il superamento delle Colonne d’Ercole, simbolo della fine del mondo, oltre cui era impossibile procedere (Nec plus ultra). Superato il limite estremo del mondo, dopo il quale si credeva ci fosse solo acqua (“mondo sanza gente”), l’equipaggio comincia a mostrare segni di malcontento.
Ma è qui che emerge la maestosità di Ulisse. Gli basta una “orazion picciola” per scuotere gli animi e spingerli a proseguire.

“O Frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
(Dante,Divina Commedia,canto XXVI,vv.112-120)

Un discorso emblematico in cui emerge tutto l’amore di Ulisse per il sapere.
Il viaggio prosegue e dopo cinque mesi di navigazione l’equipaggio avvista la montagna del Purgatorio, inaccessibile e interdetta ai mortali. La legge divina deve essere applicata ed un turbine investe la nave e la fa affondare: causando la morte di Ulisse e di tutti i suoi compagni. Si è trattato dunque di un “folle volo”? Un atto di superbia e di eccesso contro la divinità?
Dante tiene a precisare che Ulisse non sconta affatto il folle volo, che ebbe la pena nella sua stessa follia, bensì l’inganno del cavallo, (“da la lor fiamma si geme l’agguato del caval che fé la porta onde uscì dé Romani il gentil seme”). Quindi se da un lato Dante condanna Ulisse per le sue frodi, dall’altro prova immensa ammirazione per l’audace navigatore che è in lui. L’ammirazione è coadiuvata dal fatto che la curiositas di Ulisse non è più dettata dalla vanità e dall’egoismo, bensì dall’amore per l’arduo che fa dell’uomo un magnanimo. L’ardore di conoscenza, infatti, non è più rivolto ai vizi e alle virtù umane, ma ad un sapere puro e disinteressato, privo di scopi utilitaristici (non va dimenticato che Ulisse è consapevole che il mondo verso cui si spinge è completamente disabitato).
L’eroe è spinto dalla sete di sapere che fa di lui il prototipo dell’uomo scienziato per eccellenza. Il folle volo non è affatto un atto degno di condanna ma piuttosto di enorme merito. Esso prefigura infatti il viaggio di Cristoforo Colombo e nientepopodimeno che il cammino trionfale della scienza moderna, percorribile, come Ulisse stesso insegna, solo da uomini audaci e arguti tanto da infrangere gli ostacoli alla conoscenza.

giovedì 14 febbraio 2008

Scheda Personaggio: Boromir

"Un po’ scostato dagli altri Frodo notò un uomo alto dal volto bello e nobile, dai capelli scuri e dagli occhi grigi, dall’espressione orgogliosa e severa".


Con questa brevissima descrizione Tolkien introduce ne “Il Signore degli Anelli” il personaggio di Boromir: principe di Gondor e capitano della bianca torre di Ecthelion. Come suo fratello Faramir suggerisce:

"era un prode […] e davvero assai valoroso si dimostrò sempre:da lunghi anni ormai nessun figlio di Minas Tirith si era rivelato sì resistente alle fatiche, sì temerario in battaglia, né aveva soffiato nel suo grande corno con maggiore potenza".

Boromir è un guerriero, abituato a contare esclusivamente sulle sue sole forze e a non chiedere aiuto a nessuno, neppure alla divinità. Lo smisurato orgoglio (che non si piega davanti a nulla, neppure di fronte al Balrog), l’indomita fierezza (con cui scava il passaggio fra la neve) e la sconfinata presunzione di fare sempre e tutto da solo (come quando decide di recarsi ad Imladris, senza che nessuno lo accompagni) alimentano in lui il senso del dovere nei confronti del padre, del popolo e della nazione. Da qui l'ansia repressa di agire a qualsiasi costo, che lo porta a tentare di sottrarre l'anello a Frodo, sacrificando alla causa persino il proprio onore. Ma è proprio questo a fare di lui il personaggio più riuscito dell’intero romanzo. Infatti è il solo che più si avvicini alla realtà vera a cui apparteniamo. Con i suoi vizi e con le sue virtù incarna l’ideale dell’essere umano: nella cui coscienza albergano sia il Bene che il Male, e che racchiude in sé la debolezza tipicamente umana di cedere alle tentazioni.
Aragorn è sostenuto dalla Provvidenza divina ed è premiato di tutti gli sforzi dal titolo e dalla donna amata (ma ciò non sempre è possibile); Gandalf è il supremo condottiero delle forze del bene e non mostra quasi mai cenni di cedimento o manchevolezza; Sauron che è il Grande Nemico è fatto di puro odio e malvagità (ma è possibile che esista qualcuno completamente cattivo?). Sono tutti personaggi che, per un verso o per l’altro, non presentano macchie e difetti.
A Boromir invece non resta niente, nemmeno il conforto di vedere Minas Tirith un’ultima volta. Lo sconforto non è però sufficiente a vincere in lui la dignità e il valor guerriero, che riemergono prepotentemente nel suo atto estremo quando si lancia contro i nemici a spada tratta, per salvare i compagni di avventura, e per guadagnarsi finalmente il riscatto.

martedì 12 febbraio 2008

Scheda calciatore: Fabio Cannavaro

8) Fabio Cannavaro
Data di nascita: 13 settembre 1973
Nazionalità: italiana

Molti l’avevano criticato, altri ingiuriato, altri ancora volevano la sua testa. Considerato indegno di vestire la fascia di capitano, dopo il fattaccio di calciopoli, Cannavaro ha chinato il capo e si è chiuso in un giustificato silenzio. Le risposte tuttavia non sono tardate ad arrivare: ma sul campo, dove contavano i fatti. Ed ecco che scopriamo il vero capitano: fiero, risoluto, impareggiabile, che si è sobbarcato le responsabilità dei compagni e che alla fine ha alzato al cielo quella coppa.
Fabio Cannavaro nasce e cresce a Napoli, ai tempi di Maradona e del suo idolo di sempre Ciro Ferrara. Nel ’95 arriva a Parma, dove insieme a Buffon e Thuram, porta la formazione emiliana al trionfo in Coppa Uefa. Dopo un’annata sfortunata a Milano, sponda nerazzurra, viene ceduto alla Juventus di Capello, dove ritrova i vecchi compagni del Parma. Qui gioca due anni ad altissimo livello, che gli varranno la conquista di ben due scudetti (poi revocati). E’ nell’estate del 2006 però che Cannavaro raggiunge l’apice, inanellando sette partite perfette e conducendo la nazionale alla vittoria iridata. La stagione successiva lo vede vestire la maglia dei “galacticos” a Madrid, dove arriva inaspettato anche il premio personale del Pallone d’Oro (solitamente riconosciuto per ruoli ben diversi).
Da sempre Cannavaro agisce come difensore centrale. Concentrata lettura dell’azione, senso della posizione, gioco d’anticipo, eccezionale rapidità, ineguagliabile elevazione, grande agonismo sono le caratteristiche che fanno del capitano azzurro indubbiamente uno dei più forti difensori di sempre.